BIOGRAFIA DI PHILIP TREACY

La biografia di Philip Treacy racconta il percorso di un designer che ha contribuito a riportare la modisteria al centro della moda contemporanea, trasformando il cappello da complemento dell’abito a forma autonoma di progettazione.

Nato nell’Irlanda occidentale e formatosi tra Dublino e Londra, Treacy ha costruito il proprio linguaggio attraverso il sapere artigianale della millinery, la sperimentazione sulla forma e un dialogo costante con stilisti, fotografi, editor e interpreti della moda.

Il suo percorso attraversa alcuni dei luoghi e degli incontri decisivi della moda britannica tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta: il National College of Art and Design di Dublino, l’esperienza con Stephen Jones, il Royal College of Art, l’incontro con Isabella Blow e, poco dopo, il lavoro con Karl Lagerfeld per Chanel.

Parallelamente alle collaborazioni con le maison, Treacy costruisce però una carriera indipendente, fino a portare il cappello sulla passerella come protagonista e a vedere le proprie creazioni entrare nelle collezioni e negli spazi espositivi dei musei.

Seguire la sua biografia significa quindi ricostruire non soltanto l’affermazione di un designer, ma anche il modo in cui un mestiere dalla lunga tradizione artigianale ha trovato nuove possibilità nella moda tra XX e XXI secolo.

LA BIOGRAFIA DI PHILIP TREACY: DALL’IRLANDA A LONDRA

Ahascragh: imparare a guardare e a fare

Philip Treacy nasce il 26 maggio 1967 ad Ahascragh, nella contea di Galway, nell’Irlanda occidentale, e cresce in una famiglia numerosa, con sette fratelli e una sorella.

Prima che la moda diventi una professione, nella sua infanzia compaiono già due esperienze che torneranno frequentemente nei suoi racconti autobiografici: l’osservazione degli abiti e la familiarità con il fare manuale.

La casa della famiglia Treacy si trovava di fronte alla chiesa del villaggio e i matrimoni offrivano al bambino uno spettacolo inconsueto di abiti, cappelli e persone vestite per un’occasione speciale.

Treacy avrebbe ricordato quelle cerimonie come uno dei primi momenti in cui la moda attirò la sua attenzione: osservava gli invitati arrivare alla chiesa e, soprattutto, aspettava di vedere la sposa.

Il piccolo paese irlandese diventava così, per qualche ora, un luogo nel quale l’abbigliamento modificava l’aspetto quotidiano delle persone.

Accanto all’osservazione c’era la manualità.

Treacy racconta di avere iniziato a cucire intorno ai sei anni, realizzando vestiti per le bambole della sorella.

In un ambiente rurale nel quale costruire, riparare e riutilizzare faceva parte della vita domestica, anche i materiali più semplici potevano diventare qualcosa con cui sperimentare.

La famiglia allevava polli e Treacy ricorda che da bambino gli venivano date le piume con cui giocare: un dettaglio che acquista inevitabilmente una particolare risonanza osservando la presenza che questo materiale avrà molti anni dopo nel suo lavoro.

Sarebbe però facile trasformare retrospettivamente questi episodi in una storia di predestinazione.

Il loro interesse è un altro.

Prima ancora della formazione specialistica, mostrano un bambino abituato contemporaneamente a guardare ciò che le persone indossano e a manipolare la materia.

Il passaggio decisivo avverrà più tardi, quando queste inclinazioni incontreranno una formazione nel fashion design e, infine, la disciplina specifica della modisteria.

Dublino e Londra: dalla moda alla modisteria

Nel 1985, a diciotto anni, Philip Treacy lascia l’Irlanda occidentale e si trasferisce a Dublino per studiare Fashion Design al National College of Art and Design (NCAD).

Il suo ingresso nella moda avviene quindi attraverso una formazione dedicata all’abito, non al cappello.

È durante questi anni che il suo interesse comincia progressivamente a spostarsi verso ciò che inizialmente aveva immaginato come un complemento delle proprie collezioni.

Il passaggio non è immediato.

Philip Treacy continua a studiare fashion design, ma comprende che la costruzione dei cappelli gli offre un campo di sperimentazione nel quale riesce a esprimersi con maggiore libertà.

Un momento importante della sua formazione arriva con un’esperienza presso Stephen Jones, già figura centrale della nuova modisteria britannica.

Entrare nel suo studio significa osservare la pratica del mestiere all’interno di un contesto professionale e confrontarsi con il cappello non più come semplice accessorio, ma come oggetto progettato e costruito autonomamente.

Nel 1988 Treacy si trasferisce a Londra ed entra al Royal College of Art.

Qui il suo interesse per la millinery diventa il centro della formazione.

La sua posizione è insolita: all’interno del corso di Fashion Design il lavoro sul cappello richiede un percorso specifico, che gli permette di sviluppare quella specializzazione verso cui gli studi di Dublino lo avevano progressivamente condotto.

Londra offre inoltre qualcosa che nessuna scuola può fornire da sola.

Alla fine degli anni Ottanta la città è uno dei luoghi nei quali moda, club culture, editoria, fotografia e sperimentazione creativa si incontrano con particolare intensità.

Treacy entra in questo ambiente ancora da studente, prima che il suo nome diventi noto al pubblico.

È proprio mentre frequenta il Royal College of Art che, nel 1989, uno dei suoi cappelli arriva nelle mani di due figure destinate a modificare profondamente la sua traiettoria: Michael Roberts e Isabella Blow.

Treacy conclude gli studi al Royal College of Art nel 1990, conseguendo il Master in Fashion Design con First Class Honours.

Ma a quel punto il passaggio fondamentale è già avvenuto: entrato nella formazione superiore come fashion designer, ne esce avendo individuato nel cappello il proprio territorio progettuale.

Ed è qui che la storia cambia scala.

Perché Isabella Blow non si limiterà a notare il lavoro di un giovane studente: entrerà direttamente nel processo attraverso cui Philip Treacy costruirà la propria identità professionale.

Isabella Blow: lo spazio della sperimentazione

L’incontro con Isabella Blow avviene nel 1989, quando Philip Treacy è ancora studente al Royal College of Art.

Prima di conoscere il giovane designer, Blow incontra però il suo lavoro.

Un cappello di Treacy arriva negli uffici di Tatler, dove lavorava insieme al fashion editor Michael Roberts: era un modello in feltro verde, tagliato in modo da evocare una successione di denti di coccodrillo.

Blow ne rimane colpita e vuole conoscere chi lo ha realizzato.

Questo dettaglio è importante perché anticipa la natura del rapporto che si svilupperà tra i due.

Isabella Blow non interviene quando Treacy è già un professionista affermato: riconosce le possibilità del suo lavoro mentre è ancora in formazione e comincia immediatamente a indossarlo, commissionarlo e metterlo in relazione con altre persone della moda.

Nello stesso anno gli commissiona un cappello per il proprio matrimonio con Detmar Blow.

Poco dopo gli offre uno spazio nel seminterrato della casa di Elizabeth Street, a Belgravia, dove Treacy può lavorare alle proprie creazioni.

Per un giovane modista appena entrato nella professione, quello spazio ha un valore molto concreto: significa poter sperimentare, costruire e sviluppare il proprio lavoro mentre entra progressivamente nell’ambiente della moda londinese.

Blow diventa anche una delle prime interpreti delle sue creazioni.

Quando Treacy presenta il proprio lavoro di diploma al Royal College of Art nel 1990, è lei a indossare alcuni dei suoi cappelli insieme ad altre figure della scena creativa londinese.

La relazione tra i due supera così rapidamente quella tradizionale tra designer e cliente: Blow porta fisicamente gli oggetti di Treacy nello spazio pubblico, contribuendo alla costruzione delle immagini attraverso cui il suo lavoro comincia a essere conosciuto.

Ma il suo ruolo non si esaurisce nella visibilità.

Attraverso Blow, Treacy entra in contatto con una rete di editor, fotografi e designer che diventerà determinante nei primi anni della sua carriera.

Sarà ancora lei a presentarlo a Karl Lagerfeld, aprendo la strada alla collaborazione con Chanel.

Negli stessi ambienti Treacy incontrerà successivamente altri protagonisti della nuova moda britannica, tra cui Alexander McQueen.

Molti anni dopo, ricordando Isabella Blow, Treacy sintetizzerà l’importanza di quella relazione con parole radicali:

“She introduced me to everything I know.”

Non è necessario interpretarle come l’attribuzione a Blow della sua formazione tecnica, che Treacy aveva costruito attraverso gli studi e l’esperienza professionale.

Descrivono piuttosto l’accesso a un mondo: persone, immagini, occasioni, conversazioni e possibilità attraverso cui un sapere specialistico poteva trovare uno spazio nella moda.

La durata di questo rapporto è testimoniata anche dai cappelli che Treacy continuerà a creare per Blow negli anni successivi.

Nel 2002, il Design Museum di Londra arriverà a dedicare alla loro relazione la mostra When Philip Met Isabella: Philip Treacy’s Hats for Isabella Blow, trasformando in oggetto di esposizione museale un dialogo creativo iniziato tredici anni prima con il lavoro di uno studente.

Per Treacy, tuttavia, Elizabeth Street non rimane soltanto il luogo legato alla protezione di Isabella Blow.

Nei primi anni Novanta deve compiere il passaggio decisivo dalla possibilità concessagli da altri alla costruzione di un’attività propria.

Ed è proprio mentre lavora in quello spazio che comincia una delle collaborazioni più importanti della sua carriera: quella con Karl Lagerfeld e Chanel.

1990–1994: diventare Philip Treacy

Quando Philip Treacy lascia il Royal College of Art nel 1990, la sua formazione coincide quasi immediatamente con l’ingresso nella professione.

Il passaggio è rapido, ma non consiste semplicemente nell’apertura di un atelier: in pochi anni Treacy deve imparare a muoversi contemporaneamente come modista indipendente e collaboratore delle grandi maison, due dimensioni che resteranno intrecciate per gran parte della sua carriera.

Una delle prime occasioni decisive arriva attraverso Isabella Blow, che lo presenta a Karl Lagerfeld.

Treacy ha poco più di vent’anni quando comincia a realizzare cappelli per Chanel, entrando in una maison nella quale il cappello possiede una storia strettamente legata all’identità della fondatrice stessa.

L’incontro con Lagerfeld non comporta però l’assorbimento del giovane designer all’interno della casa francese: Treacy continua parallelamente a sviluppare il proprio lavoro a Londra.

Nel 1991 avvia il proprio studio a Belgravia.

Nello stesso periodo arriva anche un primo importante riconoscimento da parte dell’industria britannica: viene nominato British Accessory Designer of the Year, premio che riceverà nuovamente nel 1992 e nel 1993 e, più avanti, nel 1996 e nel 1997.

La successione dei riconoscimenti testimonia la velocità con cui il suo lavoro acquisisce visibilità nei primi anni successivi al diploma.

Il rapporto con la moda internazionale cresce altrettanto rapidamente.

I suoi cappelli vengono realizzati per maison e designer diversi, mentre fotografia ed editoria contribuiscono a renderli riconoscibili ben oltre l’ambiente specialistico della modisteria.

Tra le immagini emblematiche di questo periodo c’è il Twisted Birdcage, indossato da Linda Evangelista e fotografato da Patrick Demarchelier per British Vogue: il cappello non accompagna semplicemente l’immagine di moda, ma ne diventa uno degli elementi che la definiscono.

Treacy, tuttavia, vuole verificare se il cappello possa sostenere anche uno spazio tradizionalmente dominato dall’abito.

Nell’ottobre 1993, durante la London Fashion Week, presenta il suo primo show personale, ospitato da Harvey Nichols.

In passerella compaiono alcune delle modelle più riconoscibili del periodo, tra cui Naomi Campbell, Kate Moss e Christy Turlington, ma il centro della presentazione non è una collezione di abiti: sono i cappelli.

Il significato dello show sta proprio in questo rovesciamento.

Invece di progettare un accessorio destinato a completare la collezione di un altro stilista, Treacy costruisce una presentazione nella quale è il cappello a determinare l’immagine complessiva, mentre gli abiti possono assumere una funzione di supporto.

La modisteria conquista così, almeno per la durata della sfilata, lo spazio centrale della passerella.

Nel 1994 l’apertura della boutique di Elizabeth Street consolida ulteriormente questa autonomia.

Biografia di Philip Treacy – boutique di Elizabeth Street a Londra
Boutique Philip Treacy, Elizabeth Street, Belgravia, Londra.
Herry Lawford
 , CC BY 2.0, tramite Wikimedia Common

È significativo che la stessa strada legata ai primi anni trascorsi nell’ambiente di Isabella Blow diventi anche il luogo attraverso cui Treacy presenta il proprio nome al pubblico.

In pochi anni, lo studente che aveva trovato nel seminterrato dei Blow uno spazio nel quale sperimentare dispone ora di un’attività riconoscibile e di una posizione autonoma nel sistema della moda.

Questa indipendenza non comporterà mai l’abbandono delle collaborazioni.

Al contrario, diventerà una delle caratteristiche più interessanti della sua carriera: Philip Treacy può progettare all’interno dell’universo creativo di un’altra maison senza rinunciare a costruirne uno proprio.

Ed è proprio questa doppia identità — autore indipendente e interlocutore di altri designer — a permettergli, nella seconda metà degli anni Novanta, di portare il cappello in contesti sempre più diversi, fino a raggiungere la haute couture parigina.

Il cappello conquista la passerella

Dopo il debutto personale del 1993, Philip Treacy consolida una posizione insolita nel sistema della moda.

Il suo nome è ormai legato a un’attività indipendente, ma il suo lavoro continua contemporaneamente a entrare nelle collezioni di altri designer.

Questa possibilità di muoversi tra progetto autonomo e collaborazione permette alla modisteria di raggiungere contesti nei quali il cappello può assumere funzioni molto diverse: completare una silhouette, modificarne le proporzioni, costruire un personaggio o diventare il punto intorno al quale si organizza l’intera immagine.

Durante gli anni Novanta Treacy presenta regolarmente il proprio lavoro e amplia progressivamente la sua presenza internazionale.

Alle sfilate londinesi si aggiungono presentazioni a New York nel 1997 e nel 1999, mentre la sua attività si estende anche ad altri accessori.

Nel 1997 introduce borse, guanti, sciarpe e ornamenti per capelli, senza tuttavia perdere il cappello come centro della propria identità progettuale.

È nello stesso decennio che le collaborazioni diventano una componente sempre più importante del suo lavoro.

Accanto a Chanel compaiono maison e designer molto differenti tra loro, e proprio questa varietà rende Treacy qualcosa di diverso da un modista legato stabilmente all’estetica di una sola casa di moda.

Il suo compito consiste ogni volta nel confrontare un linguaggio personale con quello del designer con cui sta lavorando.

Tra questi incontri emerge quello con Alexander McQueen, conosciuto nei primi anni Novanta attraverso l’ambiente che ruota intorno a Isabella Blow.

La collaborazione tra i due si svilupperà nel corso degli anni e produrrà alcuni dei copricapi più riconoscibili delle sfilate di McQueen.

Nella traiettoria biografica di Treacy, tuttavia, il rapporto interessa soprattutto perché mostra quanto la sua attività sia ormai capace di muoversi fra progetti indipendenti e costruzione dell’immagine per altri creatori.

Le singole opere appartengono a una storia che merita di essere osservata separatamente.

Parigi, 2000

All’inizio del nuovo millennio arriva un passaggio simbolicamente importante.

Nel 2000 Philip Treacy viene invitato a presentare il proprio lavoro nell’ambito della Haute Couture parigina.

Per l’occasione realizza una collezione costruita intorno alle forme delle orchidee, trasformando petali, steli e corolle in strutture destinate alla testa e al volto.

È un momento significativo non soltanto per il prestigio dell’invito.

La haute couture è uno dei luoghi nei quali il rapporto tra specializzazione artigianale e progettazione dell’abito possiede una tradizione particolarmente profonda.

Portarvi una presentazione centrata sulla modisteria significa collocare il cappello all’interno dello stesso territorio di ricerca sulla forma, sulla materia e sul lavoro manuale.

Alcuni degli oggetti realizzati in questo periodo permettono ancora oggi di osservare concretamente quel passaggio.

Il Metropolitan Museum of Art conserva, per esempio, Paphiopedilum Philippinense Orchid, un cappello della Primavera Estate 2000 nel quale seta, paglia, metallo e materiali sintetici concorrono alla costruzione di una forma floreale che si sviluppa nello spazio intorno alla testa.

Il passaggio parigino rende inoltre visibile qualcosa che Treacy aveva iniziato a sperimentare già nel 1993: un cappello può essere progettato non come elemento subordinato dell’abbigliamento, ma come oggetto capace di generare autonomamente forma, volume e immagine.

Negli stessi anni questa autonomia comincia a essere riconosciuta anche fuori dalla passerella.

I cappelli di Treacy entrano infatti sempre più frequentemente in musei ed esposizioni, dove vengono osservati non soltanto come accessori di moda, ma come oggetti nei quali costruzione artigianale e ricerca formale possono essere studiate indipendentemente dal corpo per cui erano stati originariamente concepiti.

Ed è proprio questo passaggio — dalla passerella allo spazio museale — che apre la fase successiva della biografia di Philip Treacy

Dalla passerella al museo

Mentre Philip Treacy consolida la propria presenza sulle passerelle internazionali, i suoi cappelli cominciano a entrare in un contesto differente da quello per cui erano stati concepiti.

Dalla fine degli anni Novanta il suo lavoro compare sempre più frequentemente in mostre, musei e collezioni permanenti, dove il cappello può essere osservato non soltanto in relazione all’abito o alla persona che lo indossa, ma come oggetto autonomo di progettazione.

Già nel 1997 il lavoro di Treacy viene presentato a Firenze nell’ambito della Biennale di Firenze a Palazzo Pitti.

Ma è soprattutto all’inizio del nuovo millennio che questa dimensione assume maggiore evidenza.

Nel 2000 Treacy realizza a Londra Hatforms per il progetto espositivo; l’anno seguente una selezione del suo lavoro viene presentata all’Irish Museum of Modern Art di Dublino nella mostra Unlikely Sculpture.

Il titolo è significativo.

Collocando i cappelli di Treacy nello spazio di un museo d’arte contemporanea, l’esposizione invitava a considerarne esplicitamente le qualità scultoree: volume, equilibrio, rapporto tra pieni e vuoti, sviluppo della forma nello spazio.

Non significa trasformare Treacy in uno scultore né separare i suoi oggetti dalla moda.

Al contrario, permette di osservare come un sapere appartenente alla modisteria possa produrre forme capaci di essere lette anche attraverso categorie normalmente associate alla scultura e al design.

Quando una relazione diventa patrimonio

Nel 2002 il Design Museum di Londra dedica una mostra a un capitolo molto preciso della carriera del designer: When Philip Met Isabella: Philip Treacy’s Hats for Isabella Blow.

L’esposizione riunisce cappelli creati per Isabella Blow e rende oggetto di studio museale quella relazione iniziata nel 1989, quando Treacy era ancora studente.

È un passaggio particolarmente interessante se lo confrontiamo con l’inizio della sua biografia.

Il cappello che Blow aveva visto negli uffici di Tatler, lo spazio offertogli a Elizabeth Street e gli oggetti che negli anni successivi aveva creato per lei appartenevano inizialmente a una relazione personale e professionale.

Tredici anni dopo, quella stessa relazione viene ricostruita attraverso gli oggetti e presentata al pubblico come parte della storia della moda contemporanea.

Il museo, in questo caso, non conserva soltanto cappelli.

Conserva anche la traccia di uno scambio tra due persone e del ruolo che quell’incontro ha avuto nella costruzione delle rispettive identità creative.

Un mestiere riconosciuto

Negli stessi anni cambia anche il riconoscimento pubblico del lavoro di Treacy.

Nel 2006 la National University of Ireland gli conferisce un Doctor of Fine Arts honoris causa; l’anno successivo viene nominato Officer of the Order of the British Empire (OBE) per i servizi resi all’industria della moda britannica.

Sono riconoscimenti di natura molto diversa, ma entrambi indicano quanto la sua attività abbia ormai superato i confini della sola specializzazione professionale.

Le sue creazioni entrano intanto nelle raccolte di istituzioni come il Victoria and Albert Museum e il Metropolitan Museum of Art.

Conservate fuori dalla passerella e sottratte alla temporalità di una singola stagione, possono essere studiate attraverso materiali, tecniche costruttive, provenienza e rapporti con gli abiti o le collezioni per cui furono progettate.

Questo processo è particolarmente importante nel caso della modisteria.

Il cappello è un oggetto destinato al corpo, costruito in relazione alla testa, al volto, all’acconciatura e all’intera silhouette.

Esporlo su un supporto museale inevitabilmente ne modifica la percezione, ma rende contemporaneamente possibile osservarne la costruzione e conservarne la materialità oltre il momento effimero della sfilata o dell’immagine editoriale.

Per Treacy, il passaggio dalla passerella al museo non segna quindi l’abbandono della moda.

Le collaborazioni, le collezioni e il lavoro per clienti privati continuano parallelamente.

Ciò che cambia è il modo in cui i suoi cappelli vengono considerati: da oggetti destinati a essere indossati diventano anche documenti materiali attraverso cui studiare la modisteria contemporanea.

Oltre il cappello: il g Hotel di Galway

Nel 2005, Philip Treacy porta il proprio lavoro su una scala completamente diversa assumendo il ruolo di Design Director del g Hotel di Galway, inaugurato nel novembre dello stesso anno.

Il progetto degli interni gli permette di passare dallo spazio circoscritto della testa e del corpo alla costruzione di ambienti destinati a essere attraversati e abitati.

Il punto di partenza è profondamente biografico.

Treacy guarda al paesaggio marino dell’Irlanda occidentale e ai ricordi della propria infanzia a Galway, traducendoli in superfici, forme, luce e colore.

Nella reception, pareti di vetro nero incorniciano una vasca con cavallucci marini del Connemara, mentre la parete del concierge, rivestita in stucco veneziano bianco, richiama la forma di una conchiglia.

Nel Grand Salon collabora con Tom Dixon alla realizzazione di un’installazione luminosa specchiante concepita come un’esplosione di bolle d’acqua.

L’intervento non rappresenta l’inizio di una carriera parallela nell’interior design, ma costituisce un’eccezione significativa nel percorso di Treacy.

Cambiano radicalmente la scala e la funzione dell’oggetto progettato, mentre rimane riconoscibile l’interesse per volume, proporzione, superficie e costruzione dell’immagine.

Biografia di Philip Treacy – g Hotel di Galway
g Hotel, Galway. Philip Treacy fu Design Director degli interni dell’hotel. Foto: Raymond Norris, The g Hotel Galway, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons.

E il ritorno a Galway chiude temporaneamente un cerchio: il paesaggio dell’Irlanda occidentale dal quale era partito diventa ora materia di un progetto costruito dopo quindici anni di attività internazionale.

Philip Treacy e la modisteria contemporanea

Nel corso degli anni Duemila la notorietà di Philip Treacy supera progressivamente i confini della moda specialistica.

I suoi cappelli continuano a essere progettati per passerelle, clienti privati e occasioni pubbliche, ma diventano anche immagini immediatamente riconoscibili nella cultura visiva contemporanea.

È in questa fase che il suo nome raggiunge un pubblico molto più vasto di quello delle sfilate e dell’editoria di moda.

Il matrimonio del principe William e Catherine Middleton nel 2011 rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di questa trasformazione.

Numerosi invitati indossano cappelli di Treacy e le immagini della cerimonia, diffuse globalmente, riportano la modisteria al centro di un evento mediatico seguito da milioni di persone.

Alcune di quelle creazioni generano discussioni, imitazioni e reazioni che si propagano ben oltre il contesto della moda.

Ridurre questa fase della sua carriera alla presenza nella cultura delle celebrità sarebbe però fuorviante.

Lady Gaga, Madonna, Grace Jones e molte altre personalità hanno indossato le sue creazioni, così come i suoi cappelli sono stati interpretati attraverso la fotografia di moda.

Ma la continuità del lavoro di Treacy dipende soprattutto dalla capacità di operare contemporaneamente in territori diversi: atelier, passerella, couture, editoria, committenza privata e collaborazione con altri creatori.

È questa mobilità a rendere particolare la sua posizione.

Treacy non ha sostituito il mestiere tradizionale del modista con quello del fashion designer; ha piuttosto dimostrato quanto quel mestiere potesse ancora essere un territorio di sperimentazione contemporanea.

Le tecniche della modisteria rimangono il punto di partenza, mentre materiali, proporzioni e riferimenti possono cambiare radicalmente da un progetto all’altro.

La sua storia appartiene inoltre a un fenomeno più ampio.

Quando Treacy arriva a Londra alla fine degli anni Ottanta, la città possiede già una nuova cultura della millinery, nella quale il lavoro di Stephen Jones ha avuto un ruolo determinante.

La traiettoria di Treacy si inserisce in questa rinascita e contribuisce ad ampliarne ulteriormente la visibilità internazionale.

Per questo sarebbe impreciso attribuire a un solo designer il “ritorno del cappello”: ciò che emerge è piuttosto una continuità di competenze, atelier, scuole, collaborazioni e nuove possibilità espressive.

A distanza di decenni dalla sua formazione, il lavoro di Treacy continua a essere presentato e reinterpretato anche attraverso le istituzioni.

Mostre successive hanno riunito creazioni provenienti da momenti e collaborazioni differenti della sua carriera, mentre musei come il Metropolitan Museum of Art e il Victoria and Albert Museum ne conservano gli oggetti all’interno delle proprie collezioni.

Il cappello, nato per essere indossato e per dialogare con un corpo preciso, diventa così anche testimonianza materiale di un sapere.

Ed è forse qui che la biografia di Philip Treacy torna al proprio punto di partenza.

Dal bambino che osservava gli invitati entrare nella chiesa di Ahascragh al designer le cui opere sono conservate nei musei, rimane una relazione costante tra occhio, mano e corpo: guardare una persona, immaginare una forma e trovare il modo di costruirla perché possa esistere nello spazio.

La sua carriera mostra come una disciplina antica non debba necessariamente sopravvivere attraverso la ripetizione delle proprie forme.

Può conservarne il sapere e, nello stesso tempo, utilizzarlo per produrre qualcosa che prima non esisteva.

Fonti e bibliografia

Fonti istituzionali e archivi

Irish Museum of Modern Art (IMMA) — Philip Treacy Hatforms at the Irish Museum of Modern Art, 9 marzo 2001.
Documentazione della mostra Unlikely Sculpture: Hatforms by Philip Treacy e fonte per formazione, primi anni della carriera, sfilate e attività espositiva.
Consulta la fonte ↗

Irish Museum of Modern Art (IMMA) — Unlikely Sculpture: Hatforms by Philip Treacy, 2001.
Scheda della mostra dedicata ai disegni preparatori e ai blocchi lignei utilizzati nella costruzione dei cappelli; utile anche per comprendere il riconoscimento delle qualità scultoree del lavoro di Treacy.
Consulta la mostra ↗

National University of Ireland — National University of Ireland — Ó Briain, Colm, Text of the introductory address delivered on the occasion of the conferring of the Degree of Doctor of Fine Arts, honoris causa, on Philip Treacy, 7 aprile 2006.
Fonte istituzionale utilizzata per la formazione al NCAD e al Royal College of Art, l’esperienza con Stephen Jones e i primi anni della carriera. Documento originariamente pubblicato online dalla National University of Ireland; collegamento diretto attualmente non disponibile.

Victoria and Albert Museum — Hats / Millinery collections.
Collezioni museali utili per collocare il lavoro di Treacy nella storia della modisteria e per la documentazione degli oggetti conservati dal museo.
Esplora la collezione ↗

The Metropolitan Museum of Art — Philip Treacy, Paphiopedilum Philippinense Orchid, Primavera Estate 2000.
Scheda dell’oggetto citato nell’articolo, con materiali, datazione e documentazione museale.
Consulta la scheda dell’opera ↗

Interviste e fonti editoriali

Kellaway, Kate — “Philip Treacy: ‘I like hats that make the heart beat faster’”, The Observer / The Guardian, 9 luglio 2011.
Intervista diretta particolarmente importante per i ricordi dell’infanzia ad Ahascragh, il rapporto con Isabella Blow, il Royal Wedding e la concezione del cappello come esperienza emotiva.
Leggi l’intervista ↗

Cartner-Morley, Jess — “Who wants to be a milliner?”, The Guardian, 16 aprile 2002.
Profilo e intervista realizzati negli anni della prima affermazione internazionale di Treacy, con informazioni sull’atelier, Isabella Blow, le collaborazioni e la haute couture.
Leggi l’articolo ↗

Blanchard, Tamsin — “Blow by Blow”, The Observer / The Guardian, 22 giugno 2002.
Fonte particolarmente utile per ricostruire il rapporto tra Isabella Blow e Treacy, Elizabeth Street e la mostra When Philip Met Isabella.
Leggi l’articolo ↗

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