ALEXANDER MCQUEEN COLLEZIONI DAL 1999 AL 2004 TRA MODA E ALCHIMIA

Tra il 1999 e il 2006, il genio di Alexander McQueen attraversa una fase di straordinaria maturazione, trasformando la provocazione degli esordi in una maestria sartoriale senza precedenti.

È il periodo delle collezioni che hanno ridefinito il concetto di sfilata: dal robot che dipinge l’abito di Shalom Harlow nella No. 13, alla macabra rappresentazione dell’infanzia in What a merry go round , fino alla poesia malinconica di Voss.

In questi anni, McQueen non si limita a vestire il corpo, ma mette in scena le sue ossessioni più profonde, fondendo tecnologia, storia e artigianato d’eccellenza in un racconto visivo che continua a incantare e sconvolgere il fashion system.

mcquenn collezioni
SHALOM HARLOW

Alexander McQueen collezioni che trascendono i trend, indossabili nel presente, ma anche tra 100 anni secondo la filosofia di uno stilista geniale che è riuscito a segnare un prima e un dopo nella storia della moda.

Leggi l’articolo sulle collezioni 1992/1998

Alexander McQueen collezioni che sono storie nate per evocare sentimenti di stupore, meraviglia, paura o terrore per lui il concept delle sfilate deve essere imprevedibile e lasciare lo spettatore con un sentimento di confusione.

Entra nella storia per l’innovazione senza precedenti, e pone le basi della sinergia tra moda e tecnologia.

La collezione è ispirata dal movimento britannico di design Art and Crafts diffuso a livello mondiale, nato come reazione all’industrializzazione e alla produzione di massa del mondo della moda che porta al declino degli standard produttivi.

I look proposti in questa collezione sono 75, sfilano abiti con vita bassa molto accentuata, colli alti, gessati e tessuti trasparenti. Prevalgono le tonalità naturali, il marrone chiaro, il beige e l’avorio.

Diversi sono i materiali usati, dalla rafia per corpetti intricati e gonne con frange, al legno di balsa tagliato a strisce e punzonato che si trasformar in delicati disegni a ventaglio, al pizzo a strati e arricciato.

La pelle viene usata per cinture asimmetriche, corsetti e imbracature modellate, che regalano una visione delicata e romantica senza tralasciare le sfumature dure, persino sinistre, che caratterizzano le migliori creazioni di McQueen.

Sfila per la collezione come ospite d’onore l’atleta paralimpica Aimee Mullins che indossa gambe protesiche finemente intagliate e realizzate in legno di frassino, ispirate ad un’opera d’arte del 1991 di Rebecca Horn intitolata “High Moon”.

Il look 75 che chiude la collezione No. 13 è un’opera d’arte performativa ideata da Alexander McQueen.

Preannunciata da un cambio di musica, la modella Shalom Harlow entra camminando da sola sulla passerella, indossa un abito di tulle bianco senza spalline con una cintura sopra il seno e un’altra dietro. Si ferma su una piccola piattaforma circolare, tra due bracci robotici.

La piattaforma inizia a ruotare, i bracci robotici cominciano lentamente a muoversi come svegliati dal sonno, si avvicinano alla modella, come se la stessero studiando.

I robot iniziano a muoversi in avanti e indietro spruzzando vernice nera e giallo acido sull’abito e sull’indossatrice che risponde rannicchiandosi e agitando le braccia in aria.

Al termine della performance Shalom Harlow scende barcollando dalla piattaforma mostrandosi al pubblico con attegiamento di abbandono e resa.

I bracci robotizzati utilizzati sono stati presi in prestito da uno stabilimento di produzione di automobili che li ha programmati seguendo le specifiche dello stilista sul movimento da eseguire durante lo show.

La recensione retrospettiva della rivista Vogue si concentra esclusivamente sul finale, definendolo “roba potente” e commentando che “Non era una sfilata di moda. Era arte performativa”.

Per McQueen l’abito non è più il risultato del lavoro dietro le quinte, ma diventa la tela su cui comporre la propria opera davanti al pubblico. Per lui la moda va oltre i capi diventando una vera e propria opera d’arte.

Abito No 13 scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Abito No 13 scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

La collezione trae ispirazione dalla cultura e dall’abbigliamento islamico del Medio Oriente, ma anche dall’oppressione delle donne islamiche. Incrocia abiti tradizionali mediorientali a elementi occidentali, come l’abbigliamento sportivo e il fetish.

Viene presentata al Pier 59 durante la New York Fashion Week. Nonostante il maltempo dovuto all’uragano Floyd, parteciparono più di 1.000 ospiti.

La sfilata si svolge su una passerella immersa in acqua di colore nero per simulare il petrolio. I 68 look ci conducono alla chiusura finale con luci stroboscopiche e acrobati che si calano dal soffitto.

McQueen esce per il saluto finale abbassandosi i pantaloni e mostrare dei boxer che ricordano la bandiera americana.

Alcuni critici hanno apprezzato l’approccio teatrale, altri lo hanno trovato troppo marcato rispetto agli abiti.

Molti invece hanno riscontrato una povertà di innovazione nei modelli, mentre cappotti e abiti sono stati considerati la parte più forte della collezione.

La critica ha interpretato Eye come una dichiarazione sul contrasto tra i valori sessuali e politici del mondo occidentale e quelli del Medio Oriente.

La collezione ha preso abiti tradizionali mediorientali come i pantaloni harem , i veli islamici come lo yashmak, il niqab e il burqa , e li ha fusi con elementi di moda occidentale come l’abbigliamento sportivo e il fetish.

Sono presenti redingote e pantaloni a vita bassa intagliati o con orli irregolarmente scoscesi. Il lato fetish si ritrova nelle maschere per il viso, le silhouette molto aderenti e imbragature in pelle.

Lo sportwear invece presenta maglie da calcio con ricami di lune rosse crescenti e pantaloncini in stile boxe con il nome McQueen in lingua araba.

I colori principali sono il rosso, il nero e il bianco, ma anche elementi metallici e ricami. Sfilano abiti in jersey leggero a drappeggi, tessuti broccati e pelle ricamata.

In molti modelli sono presenti stampe che ricordano l’arte islamica, ma anche decorazioni con monete, campanelli e nastri.

Il modista Philip Treacy ha collaborato alla realizzazione dei cappelli, mentre gli accessori con diamanti sono stati creati dai vincitori di un concorso di gioielleria.

Per questa collezione, il gioielliere Shaun Leane crea uno Yashmak simile a una cotta di maglia composto da piastre di alluminio incastonate con cabochon di cristallo Swarovski di colore rosso.

Il colore dell’incarnato del viso delle modelle è scuro, molte indossano copricapi che lasciano scoperti solo gli occhi o parrucche nere.

I look sono sessantotto nello spettacolo principale, mentre altri nove nel finale. Apre la collezione un cappotto nero con importanti ricami indossato solo con slip neri.

Lo yasmak, invece sfila abbinato a slip rossi. Al termine della prima parte dello show, dalla passerella emergono dei chiodi, mentre dal soffitto scendono degli acrobati appesi a cavi che indossano gli ultimi nove capi della collezione.

La collezione viene presentata in un edificio dei Gainsborough Studio di Londra, l’ispirazione proviene dal popolo Yoruba dell’Africa occidentale e dalla divinità Yoruba Eshu.

L’estetica della collezione è primitiva fonde tecniche e materiali di alta moda a capi dall’aspetto più “vissuto” con silhouette volutamente esagerate che si accostano a look di taglio sartoriale più convenzionale.

La scelta per la passerella è molto minimale senza alcun effetto speciale o gran finale, le indossatrici sfilano su semplici schegge di ardesia al ritmo di musica tribale alternata a ritmi techno.

Sessantatrè look che sfilano con accessori ispirati alle tradizioni tribali africane che li rendono estremamente aggressivi.

Progettati e realizzati da Shaun Leane includono anelli al collo a forma di spirale , orecchini a cerchio oversize e naselli.

Una modella è stata dotata di una sorta di bocchino d’argento che la costringeva a tenere le labbra spalancate in un’espressione ringhiante.

McQueen si è ispirato alla bellezza e alla potenza della natura e a come il colonialismo ha influenzato e modificato gli stili e i rituali tradizionali africani.

Silhouette che rievocano la moda vittoriana con vita stretta, gonne voluminose e maniche a palloncino, ma che si ibridano con i materiali e l’estetica tradizionale africana.

Usa rose in tessuto, pelle, shearling, pelle e pelo di springbok, pelliccia di coniglio. Gli orli molto spesso sono tagliati in modo grossolano e hanno un aspetto invecchiato grazie all’uso dell’argilla rossa.

La costruzione delle spalle è volutamente esagerata e si accosta a maglie bianche, top corti e strappati.

Non mancano i tocchi di abilità sartoriale tipici di McQueen che si ritrovano nei cappotti, ma anche nei tailleur con spalle squadrate maniche corte e zip anteriori.

Propone anche i pantaloni a vita bassa ripensandoli con materiale denim, per la sera invece via libera ad abiti neri che a volte sono impreziositi da ricami e cristalli.

La palette dei colori spazia dal color avorio contaminato da tocchi di ocra, ai grigi fino ad arrivare al nero assoluto.

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Cappotto scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

La sfilata si tiene al Gatliff Road Warehouse a Londra. Prende il nome da Voss, un distretto norvegese celebre per i suoi paesaggi mozzafiato (montagne, fiumi e laghi) che McQueen omaggia con l’uso di materiali naturali non convenzionali per creare una collezione che si ispira all’estetica della follia, della prigionia e della medicina.

Voss sembra concepita da una mente che colleziona cose.

In un’intervista Sara Burton dichiara “Faremo un vestito con questi (Alexander McQueen riferendosi ad una manciata di gusci di cozze). Un altro giorno disse – Fai comprare un puzzle ad uno studente – Poi una settimana dopo andò a casa sua a Fairlight, sulla costa dell’East Sussex, tornò con dei gusci di canolicchi e disse – Faremo un vestito con questi”.

La sua esplorazione dell’idea di perfezione corporea e di chi o che cosa sia considerato bello è una critica all’industria della moda.

E’ considerata una tra le migliori collezioni di McQueen, non solo da parte del pubblico, ma soprattutto dalla critica.

Lo show si svolge all’interno di un cubo di vetro a specchio delle dimensioni di una stanza con il pubblico che lo guarda dall’esterno.

L’inizio della sfilata è stato deliberatamente ritardato dallo stilista in modo che il pubblico, guardandosi riflesso negli specchi, provasse un costante senso di disagio.

La sfilata inizia con il cubo che diventa trasparente e mostra al suo interno uno spazio progettato per sembrare la stanza imbottita dell’immaginario tipico del manicomio, e che contiene un’altra installazione cubica oscurata.

I look presentati sono in tutto 76, il finale vede poi il cubo in mezzo alla stanza frantumarsi per rivelare la scrittrice Michelle Olley nuda e ricoperta di tarme in modo da ricreare l’ambientazione della fotografia “Sanitarium” di Joel Peter Witkin del 1983.

Di seguito il link per consultare l’opera Joel-Peter Witkin Forty Photographs. In un’intervista rilasciata a Women’s Wear Dealy McQueen dichiara che l’intento della performance finale è quello di dimostrare che le cose convenzionalmente brutte possono essere belle a seconda della percezione.

“Si trattava di cercare di intrappolare qualcosa che non era convenzionalmente bello per mostrare che la bellezza viene da dentro”.

La collezione comprende molti abiti che sono diventati dei punti focali. L’abito costruito includendo circa 1200 gusci di canolicchi che sono stati prima trattati chimicamente, riverniciati, forati e poi applicati al tessuto.

Il miniabito piumato che svela una silhouette conica che si spinge in avanti nella parte anteriore, e indossato con un paio di mules rosa chiaro con viti industriali al posto dei tacchi, realizzati da Benoit Meleard.

L’abito realizzato con il paravento giapponese, ricamato con fiori e uccelli, indossato su una sottoveste di gusci di ostriche.

La giacca è stata creata usando un paravento acquistato da McQueen a Parigi che poi è stato sbriciolato e fuso con cotone e seta per renderne più stabile la forma.

McQueen si è occupato quasi interamente della cucitura a mano della giacca, utilizzando pieghe e piccoli rimodellamenti in modo da riuscire a mostrare la lavorazione artigianale del paravento.

In passerella sfila accessoriato da una collana progettata da Shaun Leane, con perle nere di Tahiti e argento che riproduce dei rami appuntiti.

Il corsetto in vetro veneziano di colore rosso, tutto dipinto a mano. L’abito che ha richiesto settimane di lavoro, decorato da 2000 vetrini da microscopio, dipinti a mano di rosso e poi applicati sul corpetto.

La giacca grigia ricamata con vero amaranto verde, con le braccia cucite per ricreare l’idea della camicia di forza, abbinata a un cappello di forma rettangolare.

L’abito ispirato al film di Alfred Hitchcock “Gli Uccelli”, composto da una gonna di piume di struzzo verde e top con falchi tassidermici applicati sulle spalle che ricreano la sensazione che stiano attaccando la modella.

Apre la sfilata Kate Moss con un abito color crema con volant. Il tema dell’applicazione a volant si ritrova anche in altri abiti di colore nero, ma dai tagli più asimmetrici.

I colori che dominano la passerella sono tenui: bianco, grigio, verde chiaro, rosa tenue, nero e qualche tocco di rosso.

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Completo scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

What a Merry go round si tiene al Gatliff Road Warehouse a Londra, è l’ultima collezione londinese prima del passaggio alla Paris Fashion Week delle collezioni di Alexander McQueen.

Questo show mette in scena clown e immagini carnevalesche ispirate dall’infanzia di McQueen. I look sono sessantadue nella sfilata principale e altri sei nel finale.

La location è una stanza quasi al buio che rivela un pavimento dipinto a spirale di blu e grigio con al centro una grande giostra.

I cavalli della giostra sono ricoperti di lattice nero, viola e lavanda. Nel retro il palco è occupato da un grande cumulo di oggetti infantili (giocattoli, peluche, pupazzi e palloncini) ricoperti di polvere che vengono illuminati e rivelati nel finale della sfilata.

Molte sono le fonti che hanno ispirato questa collezione, il lato oscuro dei clown, dei carnevali e dei circhi.

McQueen ha attinto alle esperienze della sua vita personale per collegare la vulnerabilità infantile alle suo vissuto nella moda. Per lui la giostra diventa, così, il simbolo del giro della sua carriera nell’ultimo anno.

Nella collezione si possono riconoscere le influenze del film “Nosferatu” del 1922 e quelle degli spettacoli di cabaret anni ’20 della Germania Di Weimar.

La palette dei colori per i look è inizialmente di colori tenui che poi lasciano il posto a colori molto scuri e al nero che predominano.

In questa passerella, lo stilista, introduce il motivo del teschio che, diventando il segno distintivo del suo marchio, lo rende celebre ovunque.

I materiali principalmente usati sono la pelle e il jersey che McQueen impreziosisce con paillettes, pizzo, piume di pavone e di struzzo.

L’influenza della storia si ritrova nei grandi cappotti e nei galloni dal chiaro stile militare e nei tubini tagliati di sbieco come gli abiti indossati dalle flapper degli anni’20.

Molte sono le uscite che mostrano l’abilità sartoriale dello stilista e l’estro creativo di Philip Treacy per i copricapi, e Shaun Leane per i gioielli.

Le modelle entrano camminando intorno alla giostra e usano i pali per volteggiare.

Molti sono gli abiti che spiccano. L’abito nero con abbinato lo scheletro di volpe dorata sulle spalle. Il cappotto verde chiaro con collo alto e asimmetrico con ricami ispirati alla Cina.

La collana di perle di Tahiti e artigli di fagiano realizzata da Shaun Leane o il casco con grandi piume nere e teschio decorativo (che io trovo assolutamente splendido e che mi ricorda le valchirie o donne guerriere) di Philip Treacy, abbinato a una sottoveste trasparente nera con ricami viola.

La performance finale inizia con la riaccensione delle luci in un’atmosfera quasi da film horror. Sei modelle con trucco da clown malvagio e grandi parrucche, indossano gli ultimi sei abiti da sera della collezione.

Lo scheletro dorato attaccato alla caviglia dell’indossatrice proviene da un arredo della collezione Dante, mentre l’abito tagliato di sbieco che espone il seno, ricorda il famoso dipinto del 1830 di Eugene Delacroix “la libertà che guida il popolo”.

Una collezione estremamente cupa che mette a nudo una delle paure infantili di Alexander McQueen e che lui trasforma in un mondo onirico che ti trasporta attraverso un incubo meraviglioso.

Per THE DANCE OF THE TWISTED BULL, prima collezione per la Paris Fashion Week di Alexander McQueen, la location è la sede dello Stade Francaise.

Per il suo debutto parigino sceglie un approccio più commerciale mettendo da parte la teatralità che lo contraddistingue.

Il tema del flamenco e della corrida sono il filo conduttore che si accosta a cenni artistici riferiti al Tailor’s Pattern Book, a Francisco Goya e all’architetto Antoni Gaudì.

Il suono di tracce elettroniche, musica per chitarra flamenco e canzoni di Bjork fanno da sfondo alla proiezione di videoclip di danza flamenco, immagini della corrida e pornografia softcore.

Una collezione romantica con abiti da flamenco ricchi di volant e pois, giacche corte che rievocano la tradizionale chaquetilla del matador, abiti dall’impeccabile taglio cut out.

La linea è molto attillata e mette in risalto la scollatura e il seno (a volte anche visibile). I tailleur pantalone, sempre dal taglio aderente, risaltano il corpo, mentre i tocchi maschili giocano in modo sovversivo sull’attrattiva sessuale attribuita ai matador.

Il pezzo più significativo della collezione è il lungo abito rosso e bianco dai volant in stile flamenco, disegnato per mostrare delle lance decorative da corrida, realizzate da Shaun Leane, che trafiggono la modella. Il lungo strascico dell’abito è impigliato nelle lance sul retro.

Grigio e bianco sono i colori che poi lasciano il posto al rosso e al nero. I gioielli in vetro soffiato sono stati creati dalla stilista di gioielli Naomi Farmer su richiesta di Alexander McQueen.

Menzione personale alle decollete dei primi look che trovo essere belle ed eleganti e alla “Ball in the small of my back”, la sfera che si adatta alle mani di chi la indossa. La modella la porta dietro alla schiena in modo che sembri stia danzando con le spalle indietro.

Questa collezione viene presentata dove fu incarcerata Maria Antonietta, nell’ombrosa sala medievale della Conciergerie a Parigi.

Come suggerisce il titolo, Alexander McQueen omaggia la tata del film Mary Poppins, ma anche i disegni gotici del regista Tim Burton.

Apre lo show una modella avvolta in un mantello di pelle viola (che rievoca la favola di Cappuccetto Rosso) con due cani al guinzaglio.

Sfilano, poi, silhouette dal vitino da vespa realizzate con straordinaria meticolosità nel taglio e nei dettagli.

Le scollature, tutt’altro che innocenti, sono messe in risalto da corpetti in pelle che si curvano su gonne a tubino molto aderenti e stivali in pelle alti fino alla coscia.

Spiccano i corsetti, gli abiti in pelle, i blazer strutturati e gli stivali alti stringati.

Durante la collezione il tema passa da una fantasia alla Helmut Newton a quella di studentesse che mixano lingerie, cravatte, gonne in lamé argentato a blazer e borsoni.

Nel finale, più romantico, propone gonne a balze, un esagerato cappotto nero in velluto con maniche a sbuffo e una gonna di perline jais.

Per il saluto al pubblico McQueen, in perfetta forma, indossa un abito su misura realizzato dalla sartoria Huntsman di Savile Row. Della sfilata dirà: “Volevo che fosse romantico, bello. Potere alle donne! Mi sono messo in forma e ho lavorato molto per questo”.

Cappotto scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Irere si ispira all’epoca storica delle grandi scoperte geografiche e alla foresta pluviale dell’Amazzonia.

Tre sono i concetti fondamentali che sono presentati come una sequenza narrativa: pirati naufraghi, conquistadores minacciosi e uccelli tropicali.

Un tema con un forte sottofondo storico che, nello stile di Alexander McQueen, fonde elementi della moda elisabettiana e vittoriana in tutti gli abiti della sfilata.

Il palco è bianco e spoglio con un grande schermo che proietta prima un cortometraggio di John Maybury e poi, per il finale, immagini termiche colorate.

Dei cinquantasei look presentati, il più significativo è l’abito “ostrica”. E’ un abito tecnicamente complesso con una gonna realizzata con centinaia di cerchi in organza cuciti un modo da ricordare il guscio del mollusco.

L’abito è la reinterpretazione di un modello del 1987 di John Galliano chiamato “abito a conchiglia”, che McQueen propone in una versione monospalla in chiffon di seta beige tagliato a sbieco e gonna lunga.

Centinaia di cerchi in organza sono stati cuciti a strati su un abito base, che appare durante la sfilata in versione beige, ma anche arcobaleno.

L’abito “ostrica” è considerato iconico di McQueen, tanto che ha superato persino quello di John Galliano a cui è ispirato.

Abiti con top arricciati e strati di pelle su chiffon si accostano alla moda elisabettiana con corsetti, colli e scaldacuore.

Stivali in pelle marrone alti fino al ginocchio, alla foggia piratesca, accompagnano molti look. La pelle di serpente e i precisi tagli laser ricorrono per tutta la collezione.

Il finale mostra i riferimenti alla popolazione indigena dell’Amazzonia e al piumaggio colorato degli uccelli tropicali. Sfilano tute e lunghi abiti in chiffon con colori vivaci: rosso, blu, arancione, giallo, verde e applicazioni di vere piume.

Nella parte finale gli abiti sono accessoriati con scarpe con il tacco a blocco trasparente che contiene delle farfalle. Durante la performance viene presentato, per la prima volta, il foulard con i teschi che diventerà un must have per molti anni.

Abito scheda tecnica mostra Savage Beauty MET

Scanners è presentata alla Grande Halle de Villette a Parigi.

La collezione segue l’idea di esuli in viaggio verso est, attraverso l’Eurasia settentrionale, passando per Siberia e Tibet, fino ad arrivare al Giappone.

La scenografia ricrea il paesaggio di una tundra desolata con rocce e neve sovrastata da una galleria del vento in plastica trasparente. A fare da sfondo a tutto, una foto satellitare dell’Antartide.

La collezione, composta da cinquantotto look, si apre con pezzi di ispirazione russa con ricami, pompon, finiture metalliche e pelliccia.

In questo viaggio attraverso la Russia sono presenti tessuti come la iuta e il trapuntato che poi, lasciano il posto ad abiti monocromatici in bianco e nero, preludio del viaggio in Tibet.

Il tessuto a quadri e il complesso motivo floreale, chiamato Kati Rimo, ci immergono nella cultura tibetana. Il broccato, le gonne a ruota, lo shearling e le trecce decorative si ibridano con le tute in pelle e ci accompagnano ai look di ispirazione giapponese.

Cappotti di pelliccia, palette di colori rosso e bianco, predominano la passerella per introdurci, poi, al finale.

La modella Ai Tominaga appare sulla passerella con un lungo kimono bianco, riccamente ricamato e indossato unicamente con slip e stivali. Vento e neve ruggiscono nel tunnel, mentre la modella lotta per attraversarlo.

I look di Scanners attingono ampiamente all’abbigliamento e all’arte tradizionale dei popoli siberiani, tibetani e giapponesi, ma riflettono un’estetica del lusso con silhouette voluminose e materiali pregiati.

Il senso di opulenza e la precisione sartoriale di Alexander McQueen sono evidenti lungo tutto il percorso.

Le silhouette oversize, i cappotti a vita stretta, le ampie gonne a trapezio, gli abiti drappeggiati stile impero, si impreziosiscono con materiali come i broccati, le pellicce di volpe e visone, la pelle.

Mentre la modernità è rappresentata dall’uso del neoprene. Gli chignon delle modelle, posizionati in cima alla testa, sono un richiamo alla tradizionale acconciatura dei samurai.

Su Scanner, Alexander McQueen ha detto:” Volevo che fosse come un viaggio nomade attraverso la tundra. Uno spazio grande e desolato, in modo che nulla distraesse dal lavoro.

Per la presentazione di questa collezione viene scelto l’Auditorium Salle Wagram, che durante il XIX secolo, ospitò eventi di danza e boxe a Parigi.

Il locale è arredato con tende di velluto rosso, lampadari di cristallo, pannelli di legno e affreschi alle pareti.

Per donargli un tocco più glamour Alexander McQueen aggiunge una palla da discoteca.

La trama del film del 1969 “Non si uccidono coì anche i cavalli?” è il filo conduttore che ha ispirato McQueen.

Il film, come la collezione, gira attorno a una maratona di danza affollata di partecipanti disperati, durante la Grande Depressione del 1929.

Nella speranza di vincere un premio in denaro, i partecipanti, rischiano la salute ballando per settimane intere, incitati dal benestante pubblico pagante e dal presentatore.

Lo show viene presentato come una finta maratona di danza, in tre fasi, con ballerini professionisti che accompagnano le modelle in una coreografia ideata da Michelle Clarke.

Gli abiti della collezione interpretano in chiave romantica la moda dell’era della Grande Depressione in tre fasi distinte.

La prima fase evoca i fasti della vecchia Hollywood con abiti da giorno corti e abiti da cocktail e da sera più glamour.

I look da sera sono in raso e lamé con tagli in sbieco per amplificare i drappeggi. Alcuni hanno una silhouette a sirena svasati nel fondo, altri gonne ampie in tulle e piume.

I tailleur e i completi hanno gonne stile anni ’30, pantaloni in raso o calze tempestate di cristalli Swarowski. La seconda fase è dedicata all’abbigliamento sportivo con colori vivaci e motivi vistosi.

Le modelle indossano tute aderenti, pantaloncini corti con paillettes e abiti casual. Scarpe da ginnastica e tacchi a spilloo si indossano con maglie sportive numerate, ritagli, balze, motivi floreali e strisce da corsa.

La fase finale riporta alle silhouette della prima parte, ma con colori sbiaditi e tessuti utilitaristici come il denim, il jersey e il cotone madras (usati nell’abbigliamento da lavoro degli anni ’30 denominato Americana).

Questi tessuti sono, però, usati in modelli attillati e sensuali con inserti trasparenti, colletti Claudine arrotondati e motivi floreali, talmente attenuati, da sembrare acquerelli.

Il menswear è ispirato agli abiti da lavoro, dai personaggi dei marinai del film erotico “Querelle” del 1982, dai protettori e dai criminali del romanzo Our Lady of the flowers” del 1948.

Le magliette attillate e i pantaloni larghi a pieghe, della prima parte, lasceranno il posto a canottiere, pantaloncini e scarpe da ginnastica più in linea con il tema sportivo.

Conclude lo show una modella che finge di svenire al centro del palco prima di essere portata via.

La Grande Halle de la Villette ospita la sfilata. L’obiettivo della collezione, per Alexander McQueen, è quello di rimuovere la teatralità per concentrarsi sul design e per immaginare la moda del XXI secolo.

La sua ispirazione fonde lo stile drappeggiato degli abiti della Grecia Antica con il design di un film di fantascienza come 2001: odissea nello spazio, Star Wars, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Signs.

La passerella, un semplice cerchio illuminato dal basso, con una porta retroilluminata, fa da ingresso a modelle dall’aspetto androgino e alieno con parrucche corte e ricce, mentre gli anelli di luce sul soffitto e i pilastri evocano un astratto Colosseo romano.

Una breve proiezione con scene dallo spazio è l’introduzione all’inizio dello show in cui sfilano cinquantacinque look.

Pantheon, oltre ad avere radici fantascientifiche, ha molti riferimenti storici, gli anni ’30 nella prima parte, l’abbigliamento medievale del periodo inglese Plantageneto e del periodo Tudor soprattutto per la sera.

I colori sono, per lo più, neutri con abiti a vita stretta, cappotti e vestiti a drappeggio. Il tessuto principe è il jersey che McQueen utilizza drappeggiato, avvolto o annodato.

Gli abiti lunghi a colonna sono un riferimento al lavoro della stilista Madeline Vionnet degli anni ’30. Non mancano abiti in tweed e cappotti di pelliccia a contrasto dei capi slimline.

In questa collezione Alexander McQueen enfatizza, insolitamente, i fianchi, mentre nel finale usa scollature a barca molto strutturate e larghe, che abbina a tessuti riflettenti o luci LED.

Sono presenti anche piume, perline di vetro e stampe floreali esagerate che lo stilista ha definito fondamentali per la presentazione della collezione.

Nell’ultima parte vediamo abiti da sera in raso scuro e con la stampa orchidea, mentre gli ultimi tre look sono presentati in semioscurità, illuminati solo dal tessuto riflettente e dai LED posizionati negli abiti e nei gioielli.

Per il finale esce un abito da sera in tulle grigio chiaro con silhouette a clessidra molto accentuata da una gonna svasata a trapezio, vita stretta e corpetto a forma di V con ampia scollatura a barca che accoglie la spallina argentata “ORCHID” di Shaun Leane.

Per il saluto al pubblico Alexander McQueen esce scalzo indossando un abito bianco. Stringe e abbraccia Domenico De Sole che lo ha portato nel Gruppo Gucci e che lo ha sostenuto.

In questi anni McQueen ha dimostrato che la moda non è solo abito, ma pura emozione catartica.

Qual è stato il momento di questo periodo che vi ha tolto il fiato?

La performance di Shalom Harlow o l’apparizione eterea di Kate Moss nel cubo di luce?

Raccontatemi la vostra emozione nei commenti.

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2 commenti su “ALEXANDER MCQUEEN COLLEZIONI DAL 1999 AL 2004 TRA MODA E ALCHIMIA”

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