Nella storia della direzione creativa di Alexander McQueen da Givenchy esistono collezioni rimaste nell’immaginario collettivo per la loro teatralità e per la violenza delle immagini, e altre che hanno avuto un ruolo più silenzioso ma non meno significativo nell’evoluzione del designer.
GIVENCHY PRET A PORTER PRIMAVERA/ESTATE 1999 appartiene a questa seconda categoria.
Presentata a Parigi nell’ottobre 1998 per la stagione primavera/estate 1999, la collezione è conosciuta negli archivi con il titolo Saint-Germain-des-Prés, 1960s.
È una denominazione che contiene già il nucleo concettuale dell’intero progetto: non la Parigi monumentale della haute couture, non quella aristocratica associata alla tradizione della maison, ma la Parigi intellettuale, notturna, bohémienne e cosmopolita del quartiere di Saint-Germain-des-Prés.
Il riferimento agli anni Sessanta non deve però essere interpretato come una semplice operazione di revival.
Alexander McQueen non ricostruisce archeologicamente un guardaroba del 1960.
Recupera piuttosto un’atmosfera: i jazz club, i caffè, i ristoranti, la vita notturna, il fumo delle sigarette sospeso nell’aria, la presenza di intellettuali e artisti, la sensualità discreta di una Parigi ancora lontana dalla spettacolarizzazione contemporanea.
Una fonte d’archivio che documenta un capo della collezione descrive proprio questa relazione con i locali jazz e i ristoranti di Saint-Germain-des-Prés e con la particolare atmosfera fumosa della zona.
È una scelta sorprendentemente coerente con la situazione di Alexander McQueen a Givenchy.
Dal 1996 al 2001 il designer britannico si confronta con una maison francese costruita intorno a un’idea di eleganza radicalmente diversa dalla sua: quella di Hubert de Givenchy, fondata sull’equilibrio, sulla purezza della linea, sulla raffinatezza del taglio e su una femminilità sofisticata associata anche all’immaginario di Audrey Hepburn.
Il contrasto tra la sensibilità di McQueen e l’eredità della maison era quindi strutturale.
Ed è proprio questo contrasto a rendere interessante la collezione Givenchy Pret a Porter primavera/estate 1999.
- Dal teatro alla sottrazione
- La silhouette: la sartoria come linguaggio
- L’asimmetria come firma di McQueen
- I tessuti: morbidezza, superficie e luce
- Le paillettes: non lo spettacolo, ma il riflesso
- Il dialogo tra maschile e femminile
- La donna di Saint-Germain-des-Prés
- Il beauty: l'opposto dell'artificio
- Il trucco della sottrazione
- Saint-Germain-des-Prés come archivio culturale
- Hubert de Givenchy dentro McQueen
- Una collezione di transizione
- Dal passato al futuro
- Il valore della collezione oggi
- Una Parigi reinventata
- In sintesi
Dal teatro alla sottrazione
Per comprendere la collezione bisogna partire da ciò che non fa.
McQueen aveva già dimostrato da Givenchy di saper trasformare una sfilata in un universo narrativo.
La sua produzione per la maison era spesso caratterizzata da teatralità, riferimenti storici, trasformazioni del corpo e costruzioni scenografiche.
La collezione Givenchy Pret a Porter primavera/estate 1999 sceglie invece una strada molto più contenuta.
La documentazione dedicata alla collezione sottolinea infatti il passaggio verso silhouette più morbide, palette neutre, piccoli interventi di paillettes e una maggiore attenzione al linguaggio elegante di Hubert de Givenchy, pur mantenendo alcuni elementi tipici della sartoria di McQueen, soprattutto l’asimmetria.
È quasi come se Alexander McQueen decidesse di dimostrare che la propria radicalità non dipende necessariamente dall’eccesso.
La collezione non ha bisogno di una grande storia da raccontare attraverso costumi spettacolari.
La storia è già nell’ambiente immaginato: una donna che attraversa Saint-Germain-des-Prés, entra in un locale, si siede a un tavolino, ascolta musica, conversa, esce nella notte parigina.
Il risultato è una moda più intima.
La provocazione viene trasferita dal soggetto spettacolare alla costruzione dell’abito.
La silhouette: la sartoria come linguaggio
Uno degli aspetti più importanti della collezione GIVENCHY PRET A PORTER PRIMAVERA/ESTATE 1999 è il rapporto tra morbidezza e precisione.
La collezione non abbandona la sartoria. Al contrario, la utilizza come struttura invisibile dell’intero progetto.
Sono presenti completi, giacche, pantaloni, abiti e costruzioni che conservano una precisa impostazione sartoriale.
Un esempio particolarmente interessante è il completo a tre pezzi conservato nel mercato dell’abbigliamento d’archivio, caratterizzato da un disegno geometrico discreto e da un gilet allacciato al collo.
Il completo maschile diventa così uno degli strumenti attraverso cui McQueen traduce Saint-Germain-des-Prés nel linguaggio Givenchy.
Non è il power dressing aggressivo della fine degli anni Ottanta. Non è neppure il minimalismo rigoroso di Helmut Lang o Calvin Klein.
È una sartoria più intellettuale.
La giacca costruisce il corpo ma non lo domina; il pantalone introduce una componente maschile; il gilet può diventare un elemento erotico quando viene privato della camicia e portato direttamente sul corpo.
È un procedimento tipicamente McQueen: prendere una struttura tradizionalmente associata all’autorità maschile e trasformarla in uno strumento di seduzione femminile.
L’asimmetria come firma di McQueen
All’interno di questa apparente moderazione emerge uno degli elementi più importanti della collezione: l’asimmetria.
La documentazione tecnica relativa ai modelli McQueen/Givenchy individua proprio nell’asimmetria uno degli elementi attraverso cui il designer introduce la propria firma nella grammatica più classica della maison.
Un coatdress della collezione, successivamente trasformato in cartamodello Vogue, presenta una costruzione doppiopetto asimmetrica, con spalle strutturate, cuciture e orlo sagomato.
L’asimmetria, in questo caso, non è una provocazione visiva fine a se stessa. È una maniera di disturbare l’ordine.
La tradizione Givenchy tende verso equilibrio, proporzione, chiarezza. McQueen inserisce una piccola deviazione: sposta un bottone, interrompe una linea, altera la simmetria di una giacca, modifica la geometria dell’abito.
La tensione nasce proprio da questa differenza minima.
È una strategia molto più sofisticata dell’eccesso: l’occhio percepisce che qualcosa non è perfettamente regolare, ma non sempre riesce immediatamente a identificare cosa.
I tessuti: morbidezza, superficie e luce
Dal punto di vista tessile, la collezione è interessante soprattutto per il modo in cui mette in relazione materiali dalla diversa risposta visiva.
La prima componente è quella dei tessuti sartoriali, che forniscono struttura a giacche, completi e capi costruiti.
La seconda è rappresentata dalle superfici più fluide e leggere, utilizzate per creare un contrasto con la precisione del tailoring.
La terza è quella decorativa: paillettes e superfici riflettenti compaiono senza trasformare l’abito in un oggetto di pura spettacolarità.
È proprio questo equilibrio a distinguere la collezione dalle successive esplosioni tecnologiche di McQueen per Givenchy.
Nella stagione successiva, infatti, il designer porterà la maison verso un immaginario completamente diverso: circuiti elettronici, LED, superfici fluorescenti e plastica trasparente diventeranno il vocabolario della collezione autunno/inverno 1999-2000.
Vogue descrive quella sfilata come una riflessione sul futuro e sulla paura del nuovo millennio, con motivi ispirati ai circuiti e capi luminosi realizzati in plastica modellata.
La collezione Givenchy Pret a Porter primavera/estate 1999 è quasi il suo contrario.
Qui la luce non proviene dalla tecnologia. Proviene dalla superficie del tessuto.
Le paillettes: non lo spettacolo, ma il riflesso
Particolarmente significativo è l’uso delle paillettes.
Una testimonianza d’archivio relativa a un top della collezione documenta una superficie composta da paillettes quadrate multicolori organizzate secondo un motivo a scacchiera.
Il capo, aperto sulla schiena e sostenuto da sottili spalline, introduce inoltre un riferimento al guardaroba maschile attraverso una forma assimilabile a un piccolo cummerbund.
Questo dettaglio è fondamentale.
Le paillettes non vengono utilizzate per trasformare la donna in una creatura spettacolare. Sono piuttosto una superficie intermittente, quasi una luce urbana.
L’effetto può essere immaginato come quello della pioggia sulle strade di Parigi: piccoli punti di luce che compaiono e scompaiono mentre il corpo si muove.
La decorazione diventa quindi atmosferica. Non è ornamento puro. È memoria visiva.
E soprattutto è una memoria molto diversa dal glamour hollywoodiano associato tradizionalmente a Givenchy.
Il dialogo tra maschile e femminile
Uno degli elementi più raffinati della collezione è il continuo passaggio tra codici maschili e femminili.
Il completo, il doppiopetto, il gilet, la cravatta implicita della costruzione sartoriale e la geometria del tailoring appartengono alla grammatica maschile.
Ma questi elementi vengono trasferiti sul corpo femminile e trasformati. Il risultato non è una semplice donna vestita da uomo.
È una donna che possiede il linguaggio dell’uomo e lo utilizza come linguaggio erotico.
Questo è particolarmente evidente nel rapporto tra giacca e corpo.
La sartoria maschile tradizionale tende a nascondere il corpo sotto una struttura. McQueen la utilizza invece per renderlo più evidente.
La giacca può restringersi in vita. Il pantalone può allungare la figura. Il gilet può lasciare scoperta la schiena. Il doppiopetto può trasformarsi in abito. La costruzione sartoriale, quindi, non cancella la sensualità: la organizza.
La donna di Saint-Germain-des-Prés
La donna immaginata da Alexander McQueen per la sfilata Givenchy Pret a Porter Primavera/estate 1999 non è una femme fatale tradizionale.
Non è nemmeno la ragazza aggressiva e punk che spesso associamo alla sua estetica londinese.
È una figura più ambigua. Intellettuale, notturna, elegante, leggermente distante. Una donna che potrebbe appartenere a un café, a un jazz club o a un piccolo ristorante di Saint-Germain.
Ed è proprio questa ambiguità a rendere credibile il riferimento agli anni Sessanta.
McQueen non sembra interessato tanto alla moda degli anni Sessanta quanto alla mitologia culturale di quegli anni.
Saint-Germain-des-Prés non è soltanto un quartiere. È un codice. È l’idea di una città in cui moda, letteratura, musica, cinema e vita quotidiana potevano ancora sovrapporsi.
La collezione recupera questa contaminazione trasformando l’abito in un oggetto che appartiene contemporaneamente alla strada, alla notte e alla cultura.
Il beauty: l’opposto dell’artificio
Il beauty segue perfettamente questa strategia di sottrazione.
Dopo aver osservato le immagini della collezione, colpisce soprattutto l’assenza di un trucco teatrale.
Non c’è il beauty costruito come maschera. Non c’è l’eccesso scenografico che caratterizza molte delle collezioni più celebri di McQueen. Il viso appare più naturale, quasi spogliato dall’artificio.
Questa scelta è particolarmente importante perché il trucco diventa parte della filosofia della collezione: se l’abito deve evocare una donna reale che vive la notte parigina, il volto non può trasformarsi in una creatura fantastica.
Il beauty deve sembrare vissuto, non costruito.
Anche i capelli partecipano a questa ricerca di naturalezza e contribuiscono a distanziare la collezione dalla teatralità delle precedenti stagioni.
Il risultato è una bellezza più quotidiana, ma non per questo meno sofisticata. Anzi. È proprio questa apparente semplicità a rendere più evidente la costruzione dell’abito.
Il trucco della sottrazione
La relazione tra beauty e abito può essere letta come una vera strategia compositiva.
Più il volto viene lasciato libero, più l’attenzione si concentra sulla silhouette.
Più il trucco scompare, più diventano importanti:
- la linea della spalla;
- la costruzione della giacca;
- la posizione della vita;
- l’asimmetria;
- la superficie delle paillettes;
- il rapporto tra pelle e tessuto;
- il movimento del pantalone.
È una concezione quasi architettonica del beauty. Il volto non deve competere con l’abito. Deve permettere all’abito di essere letto.
Saint-Germain-des-Prés come archivio culturale
Il riferimento agli anni Sessanta assume quindi un significato più profondo.
Saint-Germain-des-Prés era stato uno dei luoghi simbolici della cultura francese del dopoguerra: jazz, esistenzialismo, letteratura, cinema, filosofia, arte e moda convivevano in uno spazio urbano relativamente ristretto.
McQueen trasforma questo patrimonio culturale in una grammatica vestimentaria.
Non cita necessariamente personaggi specifici. Cita un modo di vivere. Il completo maschile richiama l’intellettuale.
Il top decorato richiama la notte. La silhouette essenziale richiama il modernismo. La superficie scintillante introduce il jazz club.
L’abbigliamento diventa quindi una sorta di mappa culturale della Parigi degli anni Sessanta.
Hubert de Givenchy dentro McQueen
Ed è qui che la collezione assume una particolare importanza nella storia della maison.
Alexander McQueen non sta semplicemente cercando di imporre il proprio marchio estetico a Givenchy.
Sta cercando, almeno in questa stagione, di capire quale parte dell’identità Givenchy possa essere utilizzata senza diventare imitazione.
La risposta è nella leggerezza.
Hubert de Givenchy aveva costruito una parte fondamentale della propria estetica sulla purezza delle linee, sulla raffinatezza del taglio e su una femminilità elegante ma non necessariamente rigida.
La stessa eredità è strettamente legata all’immagine di Audrey Hepburn. McQueen conserva questa eleganza ma la rende meno aristocratica.
La porta fuori dal salotto. La porta al café. La porta nella notte. La porta a Saint-Germain-des-Prés.
È un’operazione di democratizzazione dell’eleganza, ma senza trasformarla in casualwear.
Una collezione di transizione
La vera importanza della GIVENCHY PRET A PORTER PRIMAVERA/ESTATE 1999 emerge forse soprattutto osservandola all’interno della traiettoria di McQueen.
È una collezione di passaggio.
Da un lato conserva il rapporto con la tradizione Givenchy.
Dall’altro prepara alcune delle riflessioni che McQueen porterà avanti nei mesi successivi.
La collezione Givenchy Pret a Porter primavera/estate 1999 è infatti immediatamente precedente alla celeberrima autunno/inverno 1999-2000, dove il designer affronterà frontalmente la relazione tra corpo e tecnologia.
In quella collezione la maison diventerà quasi un laboratorio del futuro: circuiti, LED, plastica, superfici riflettenti e corpi artificializzati.
La primavera, invece, guarda indietro. Ma lo fa senza nostalgia.
Ed è questa la sua qualità più moderna.
Dal passato al futuro
Si potrebbe quasi leggere il dittico 1999 come un esperimento.
Givenchy Pret a Porter Primavera/estate 1999: memoria culturale, Parigi, jazz, sartoria, pelle, superficie, intimità.
Autunno/inverno 1999-2000: tecnologia, Y2K, circuiti, plastica, LED, cyborg, futuro.
In mezzo c’è la stessa domanda:
che cosa significa essere moderni?
McQueen fornisce due risposte differenti.
La prima consiste nel recuperare un momento storico in cui la modernità era ancora associata alla cultura, alla musica, alla libertà intellettuale e alla vita urbana.
La seconda consiste nell’immaginare il corpo umano trasformato dalla tecnologia.
È una differenza enorme, ma la domanda è la stessa.
Il valore della collezione oggi
Vista con gli occhi contemporanei, questa collezione può apparire meno spettacolare rispetto alle immagini più celebri di McQueen.
Ed è proprio per questo che merita di essere studiata.
La moda contemporanea tende spesso a ricordare McQueen attraverso i suoi momenti estremi: il corpo ferito, la tecnologia, la teatralità, la trasformazione, la violenza, la morte e il sublime.
Ma il suo talento non consisteva soltanto nella capacità di creare immagini scioccanti.
Il Metropolitan Museum ha sottolineato come la sua originalità risiedesse anche nella capacità di combinare la precisione della sartoria con tecniche di drappeggio, costruzione e sperimentazione, trasformando l’abito in uno strumento concettuale.
La collezione Givenchy Pret a Porter primavera/estate 1999 rende visibile proprio questo lato del suo lavoro.
McQueen dimostra di poter costruire una collezione anche quando il gesto spettacolare viene quasi completamente rimosso.
Resta il taglio. Resta la superficie. Resta il corpo. Resta la tensione tra maschile e femminile. Resta l’idea che un abito possa contenere una storia senza doverla necessariamente urlare.
Una Parigi reinventata
Saint-Germain-des-Prés, 1960s non è quindi una semplice collezione ispirata agli anni Sessanta.
È una ricostruzione mentale di Parigi.
McQueen prende il mito di Saint-Germain-des-Prés e lo trasforma in un guardaroba fatto di sartoria, asimmetria, superfici luminose e sensualità controllata.
La collezione parla di una città vista attraverso la memoria.
Ma parla anche di Givenchy.
Perché il gesto più interessante di Alexander McQueen non è quello di distruggere l’identità della maison, bensì quello di cercare un punto in cui la propria sensibilità possa convivere con quella del fondatore.
La risposta è sorprendentemente semplice: meno spettacolo, più taglio. Meno costume, più abito. Meno personaggio, più donna. Meno nostalgia, più interpretazione.
E forse è proprio qui che si trova il valore storico di questa collezione: nella capacità di dimostrare che Alexander McQueen poteva essere radicale anche quando sembrava trattenersi.
In sintesi
La GIVENCHY PRET A PORTER PRIMAVERA/ESTATE 1999 può essere letta come una delle collezioni più sottili del periodo Givenchy di McQueen.
Il suo linguaggio nasce dall’incontro di quattro elementi:
1. La memoria di Saint-Germain-des-Prés
La Parigi dei jazz club, dei caffè, della cultura e della vita notturna diventa atmosfera anziché semplice citazione storica.
2. L’eredità di Hubert de Givenchy
Silhouette più morbide, palette contenuta e attenzione alla purezza della linea riportano in primo piano alcuni dei codici storici della maison.
3. La sartoria di McQueen
Doppiopetto, completi, gilet e costruzioni asimmetriche trasformano il tailoring maschile in uno strumento di sensualità femminile.
4. La luce come decorazione
Le paillettes non producono un glamour aggressivo ma una superficie intermittente, capace di evocare la notte parigina e la sua atmosfera.
In questo senso la collezione rappresenta un momento particolare della carriera di McQueen: un esercizio di disciplina dentro una carriera costruita sulla trasgressione.
E proprio questa disciplina permette di vedere con maggiore chiarezza ciò che spesso viene nascosto dalla teatralità: il talento sartoriale.
Per approfondire
Per un approfondimento autorevole sul rapporto tra McQueen, Givenchy, sartoria e sperimentazione, è particolarmente utile il materiale del Metropolitan Museum of Art, che ha dedicato a McQueen la mostra Savage Beauty e conserva nelle proprie collezioni diversi suoi lavori. Il museo sottolinea in particolare il rapporto tra la formazione sartoriale di McQueen, la sperimentazione tecnica e la dimensione concettuale delle sue collezioni.
Metropolitan Museum of Art — Alexander McQueen: Savage Beauty
